Il buon pastore (Gv 10,27-30)

In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.
Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.
Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

 

Password: Dio scrive dritto sulle nostre righe storte!

Il Signore Gesù si presenta come il buon pastore perché conosce e ama le pecorelle personalmente.  

La conoscenza per nome indica che ha un disegno d’amore su ognuna di esse. “Egli ha cura di noi” dirà la seconda lettera di Pietro. Lui ci conosce personalmente, anche se siamo una moltitudine e ci chiama sempre a questo dialogo e confronto e, se vogliamo, alla comunione con la sua vita divina. Questa è la vocazione intrisa di una profonda dinamicità che non è fatta per la staticità cioè la sistemazione. La vocazione è all’insegna della sequela, implica ascolto cioè docilità, conoscenza, quindi è impegnativa. Qui si gioca la nostra chiamata che è possibile se mi affido al buon Pastore Gesù, altrimenti ci sono in agguato i falsi pastori che m’ingannano e m’illudono. A chi affidiamo la vita: al Maestro o a falsi maestri?

La Parola ci apre la possibilità di seguire il pascolo libero e vero del buon Pastore o la strada dell’illusione e schiavitù dei mercenari di turno. La vocazione è la risposta a una chiamata di Gesù che ha scritto, ti amo sulla roccia. Forse l’ha sognato di notte nella tua notte.  Alleluia! Puoi dire a tutti: non si è vergognato di me! (don tonino Bello). Che cosa vuoi che faccia? A chi mi mandi?