ORATORIO SAN GIOVANNI ELEMOSINIERE - CASARANO

Guardiamo dalla giusta prospettiva l’educatore d’oratorio: egli non è una semplice presenza fisica! Riflettendo su diverse figure, evidenti risultano le differenze fra i loro stili:

  • Animatore del villaggio: lo fa per lavoro, non ha rapporti strettamente personali con le persone con cui interagisce, propone solo giochi ed attività sportive, non ha scopi educativi.
  • Animatore del Grest: dona il proprio tempo gratuitamente, dura però una stagione, propone principalmente giochi ed attività per l’intrattenimento dei ragazzi, svolge un servizio alle famiglie per tenere distanti i ragazzi dalla strada, a fine stagione ripone la maglietta nel cassetto!
  • Educatore dell’Oratorio: dona il tempo gratuitamente, si propone un cammino con i ragazzi di più anni, prepara giochi, attività a scopo educativo, punta tanto sulla preghiera in gruppo e personale, offre un servizio alle famiglie per tenere i ragazzi distanti dalla strada e vicini a Dio, ha più magliette perché quello che conta non è quello che si indossa ma educare con stile!

Un amico che di oratorio ne sapeva molto, Don Bosco, parlava di stile educativo: non aveva in cuore esclusivamente l’allontanamento dei giovani da certi ambienti (come la strada), da alcuni atteggiamenti, stili personali… la sua azione era invece un’azione educativa (= educare, tirar fuori, estrapolare). E in quanto educativa egli  voleva tirar fuori il bene presente in ogni ragazzo. Ecco allora che lo stile educativo di un “educatore dell’oratorio” non si limita alla distanza dal male, ma è innanzitutto e soprattutto avvicinamento al bene, avvicinamento a quel bene che è il Sommo Bene: DIO. Per far questo ogni educatore dovrebbe vivere personalmente uno stile da proporre. Il punto di partenza sta proprio qui: capire che lo Stile Educativo è un qualcosa che devo vivere io, proprio per quella logica secondo cui per dare una cosa devo per forza possederla, “averla dentro”.

Non si può essere perciò degli improvvisatori. Neanche Don Bosco, ha potuto improvvisare. Se Don Bosco prendeva così sul serio l’educazione dei suoi ragazzi, a maggior ragione noi dobbiamo far diventare lo Stile Educativo  il nostro stile personale di vita. “Ricordatevi che l’educazione è cosa di cuore, e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna se Dio non ce ne insegna l’arte, e ce ne dà in mano le chiavi.” (Don Bosco)

Per vivere con “STILE” dobbiamo essere aiutati da un ambiente che sia davvero educativo. Questo vivere in un ambiente educativo deve portarci anche a vivere un ambiente, ovvero sentirci ed essere protagonisti in quell’ambiente. Vivere un ambiente educativo, ovvero creare un ambiente educativo, significa allora che ognuno degli animatori dovrà saper crescere in questa educazione, che come abbiamo ricordato prima è l’avvicinamento a Dio, evitando in primis disaccordi tra loro. Una persona non può essere un educatore al 100% se rifiuta un discorso di fede, se fa dell’animazione un puro impegno sociale. Deve allora esserci un graduale incontro con Dio anche per gli animatori, un incontro rispettoso delle tappe e dei ritmi di ognuno… MA CI SIA!

Per vivere profondamente un rapporto educativo ed essere educatori coerenti sono necessari cinque elementi:

  1. Sensibilità nei confronti dei ragazzi.

È la condizione base per l’animazione. Una persona non sarebbe un animatore se non ci fosse questo interesse per i giovani.

  1. Apertura verso tutti i ragazzi

È qualcosa di più specifico, che ci può interessare da vicino. E’ importante tenere gli occhi bene aperti sulle tante situazioni in cui si trovano i ragazzi di oggi. Siamo chiamati a stare in mezzo ai ragazzi, come educatori, e non solo tra i “miei” ragazzi ma tra tutti i ragazzi. L’oratorio non è luogo di particolarismi, di “gruppettismo”, di concorrenza con altre compagnie del paese, del quartiere.

Ogni ragazzo che entra in oratorio deve avere la nostra attenzione. Il cancello è aperto per tutti. È una disposizione interiore prima ancora che un atteggiamento che appare all’esterno. Mi sento inviato a tutti, nessuno escluso.

  1. Attenzione ad alcuni ovvero N.S.A.C.M.G.I. !

Ciò non significa che le cure andranno ripartite tutte allo stesso modo, i ragazzi sono differenti ed ognuno è portatore di una propria e preziosa specificità, che va rispettata e coltivata.

N.S.A.C.M.G.I. = (Non solo al calcetto ma guardati intorno!), Troppo spesso mentre i ragazzi sono nel cortile dell’oratorio, rimangono soli, vagano alla ricerca dell’educatore senza sapere cosa fare, mentre gli educatori stanno tra loro o al famigerato calcetto!

Ogni angolo del cortile deve essere assistito. La presenza dell’educatore è garanzia di una vera animazione. Ritorna il vero significato dell’ educare: non basta la presenza, l’educatore in qualche modo dovrà interagire, parlare, giocare, scherzare.

  1. Offrire una molteplicità di proposte

Alle volte non raggiungiamo i ragazzi non perché siamo materialmente lontani da loro, ma perché non riusciamo ad offrire loro una molteplicità di attività e di interessi. Se il nostro oratorio si ferma solamente ad un’animazione di cortile ben difficilmente riusciremo a “catturare” l’attenzione di nuovi giovani o di giovani che, pur vivendo da tanti anni nel nostro ambiente, ora sembrano disaffezionarsi.

Pensiamo se all’interno del nostro oratorio c’è una dimensione caritativa, c’è un'animazione missionaria, c’è una formazione più centrata sulla catechesi. E pensiamo anche a chi si occupa di questi ambiti, a chi sono i frequentatori.

Pensiamo alla bellezza di un oratorio che sa differenziarsi al suo interno ed è capace di accogliere tutti i giovani (laboratorio di danza, laboratorio di teatro, squadra di calcio, pallavolo, serate a tema, ecc…)

  1. Niente va improvvisato!

È molto importante che l’educatore, nell’organizzazione delle giornate, oltre a tener conto della struttura, che deve essere precisa e conosciuta da tutti gli educatori, abbia anche sempre chiari quali sono gli obiettivi da conseguire. L’attività è importante per la comprensione e l’approfondimento di uno specifico argomento, non va sottovaluta e va pensata con cura, non deve essere preparata da un singolo ma va condivisa da tutti gli educatori coinvolti, può essere un’attività manuale, una discussione o un mix delle due, l’importante che sia sempre varia, mai riproporre continuamente le stesse cose, lo stesso metodo. Il gioco è divertimento e, attraverso il gioco, si costruiscono rapporti con coetanei, si impara a stare con gli altri, si assume liberamente un ruolo di rispetto nei confronti del gruppo di cui si fa parte. Diventa per tutti un momento in cui “sperimentare” la propria persona (mettendosi in gioco, appunto) insieme agli altri.

Attenzione! Proprio per questi motivi il gioco non è un "riempitivo" della giornata! Va quindi ben preparato ed organizzato. Davanti alla serietà dell’organizzazione il ragazzo prenderà con impegno e partecipazione l'attività.

Il gioco è un mezzo indispensabile, il primo, per instaurare un rapporto di amicizia veloce e spontaneo, premessa per passare ad altre tappe di formazione. Condividere con i ragazzi aiuta ad essere considerati "amici" e non maestri, è amare ciò che loro amano, è porsi accanto a loro per farli sentire importanti. La preghiera è la palestra che proponiamo ai ragazzi per diventare i campioni dell’Amore di Dio, attraverso di essa ci proponiamo di approfondire il rapporto filiale che ci lega a Dio Padre per mezzo della parola di Gesù Cristo, nostro unico e vero maestro di vita. Come per il gioco e l’attività, la preghiera va preparata con cura, va studiata, assimilata, fatta propria e soprattutto vissuta (come vedremo dopo) per non dare ai ragazzi una pappa pronta ma vera Parola di Vita.

  1. Ragione, Religione, Amorevolezza

Tre parole per riassumere l’aspetto più importante del nostro stile educativo:

1. Ragione: ci ricorda che l’animazione, la vita in un oratorio ha a che fare con il buon senso. L’animazione non si può mai dissociare dal buon senso (e dal buon gusto!), quello che propongo ai ragazzi non ha nulla di anormale!!! Il nostro modo di vestire, di preparare e curare gli ambienti, di parlare, fanno capire ai ragazzi chi siamo davvero!

2. Religione: è insieme metodologia (pensiamo alla catechesi) e obiettivo (pensiamo alla centralità della figura di Gesù e della sua Parola ove per centralità intendiamo il punto a cui tendiamo nel nostro operare, il bersaglio da raggiungere con le frecce che abbiamo a disposizione e che ci possiamo procurare curando la nostra formazione cristiana e partecipando ai sacramenti).

3. Amorevolezza è quell’aspetto che ci fa intendere l’animazione come un incontro tra cuori. “L’educazione è cosa di cuore”, diceva Don Bosco. Allora il nostro essere animatori non potrà fare a meno di puntare tutto sull’amore. Abbiamo allora il compito di far percepire al ragazzo di essere amato, non solo da noi, ma da Dio. L’amore inoltre è anche tra educatori, compagni di una stessa squadra che ha lo stesso obiettivo, quindi non ci devono essere rivalità e non si deve pensare di lavorare a “compartimenti stagni”, aiutarsi vuol dire che nel gruppo c’è armonia e vera fraternità.

 

“La frequente confessione, la frequente comunione, la messa

quotidiana sono le colonne che devono sorreggere un edificio

educativo […]. Nei casi poi di esercizi spirituali, tridui e novene si

faccia risaltare la bellezza, la grandezza, la santità di quella

Religione che propone dei mezzi così facili, così utili alla civile

società, alla tranquillità del cuore, alla salvezza dell’anima,

come appunto sono i santi Sacramenti.”

(Don Bosco, SP, pp.17-18)

Siamo chiamati a divenire Responsabili dei nostri ragazzi, che non sono poi così “nostri” ma ci vengono affidati dalle famiglie e da Dio, e dobbiamo sentirci veramente responsabili della loro crescita, siamo chiamati ad educarli non a prenderci gioco di loro! Siamo chiamati ad amarli e a guidarli e a sentirci anche colpevoli quando qualcuno di loro si allontana o non riesce ad avvicinarsi.

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L’educatore è
un individuo consacrato

 al bene dei suoi giovani allievi,
perciò deve essere pronto
ad affrontare ogni disturbo,

ogni fatica per
conseguire il suo fine,

che è la civile,
morale, scientifica
educazione de’ suoi allievi.

Don Bosco