ORATORIO SAN GIOVANNI ELEMOSINIERE - CASARANO

INCONTRO METODOLOGICO PER OPERATORI PARROCCHIALI ED EDUCATORI

Sei un educatore se…

 

-ACCOMPAGNI I RAGAZZI NEL VIAGGIO DI CRESCITA

“Ciao, come ti chiami?”

Si parte dal nome, ma si vuol conoscere la storia, e la storia cresce giorno dopo giorno ed ecco che chiedere ai ragazzi «Come ti chiami» significa chiedere ogni giorno: «Dove sei?», «Come stai?», «A che punto sei arrivato nel tuo cammino?». Domande fondamentali quando si vuole essere compagni di viaggio nella crescita.

- NON SEI: UNIVERSALE, INFALLIBILE, SOLO

“Quand’è la riunione di équipe?”

Lavori in rete e sai fare squadra con i tuoi colleghi per raggiungere un obiettivo più grande. Non si tratta di essere “amici” per forza (anche se spesso lo si diventa) ma di ricordarsi perché si sta insieme: nessuno di noi può essere la risposta giusta per tutti i ragazzi; ciascuno di noi prima o poi cade, sbaglia strada, fallisce; c’è una rete che ci avvolge, ci collega e ci sostiene. Fare squadra ricorda la casa costruita sulla roccia e i primi apostoli, le fondamenta della Chiesa.

-CREI CULTURA, SEI COMPETENTE, USI OGNI STRUMENTO CON INTENZIONALITA’, STILE E FINALITA’ EDUCATIVA

“In fondo per educare non basta un pallone?” La risposta è semplice: «No».

Non c’è mai solo il pallone. C’è l’intenzionalità educativa che mi fa prendere e usare ogni strumento, anche quello più semplice, con un certo stile e finalità; c’è la progettualità educativa che mi fa vedere i ragazzi come saranno tra un anno o due se sbocceranno come persone; ci sono le competenze educative acquisite progressivamente, sul campo ma anche attraverso studi, incontri, letture. Perché educare è anche creare cultura. E allora compilare fogli, inoltrare richieste, fare incontri a tutti i livelli è accettar la sfida di parlare un linguaggio con i ragazzi di strada e un altro con i professori universitari o gli imprenditori a cui il progetto viene presentato per ottenere fondi e attenzioni proprio per quei ragazzi di strada. Non c’è mai solo il pallone. Dall’inizio della carriera di animatore quindicenne alla scelta dell’educazione come professione o stile di vita c’è un insieme di competenze sempre più grande e poco evidente, come il sale, che si scioglie e dà sapore: non lo vedi, ma ti accorgi subito se manca. Come il lievito, che fa lievitare tutta la pasta, così chi ha veramente le competenze non ha bisogno di esporre il curriculum, agisce. E la gente lo osserva stupendosi: «Guarda quello lì come educa… solamente con un pallone!».

-SAI URLARESu le mani!!!!” MA ANCHE “ … STOOOP!”

L’educazione in oratorio inizia spesso nell’animazione col rischio di ridursi all’emozione di entusiasmare a mille. Chi dice sempre «Su le mani!» è il ladro. E cosa si ruba? La complessità della vita, che non è solo entusiasmo ma anche riflessione, attenzione, lavoro, preghiera. L’animazione è un “muovere le emozioni”, sapendo dove condurle. Ed è muovere le emozioni saper entusiasmare ma anche saper calmare. Saper muovere tutti insieme le persone in un ballo, ma saper anche portare alla riflessione, alla preghiera. Animazione non è solo occupare il tempo libero. È un educare alla vita in cui c’è un tempo per ridere e uno per tacere. Di più, è un aprirsi a Dio, voce che grida alla folla e poi veglia sul monte nella notte.

-VAI A CERCARE I RAGAZZI DOVE SI TROVANO SENZA PERDERE DI VISTA LA RELAZIONE PERSONALE

Facciamo un gruppo su Whatsapp”

Il digitale è giovane, in continuo mutamento, veloce. Proprio per questo affascina i ragazzi e lo fa percepire come un luogo da vivere. Si tratta di andare a cercarli dove si trovano, non dove vorremmo che fossero. Siamo educatori 2.0 da sempre perché siamo multimediali, capaci di multi linguaggi, di multitasking, di multi… iniziative! Siamo adatti alla complessità perché sappiamo cercare risposte articolate. Forse siamo anche già 3.0, perché abbiamo voglia di essere presenti nelle sfide che la vita lancerà. Intendiamoci, non rincorriamo l’ultima moda dei bit per una mania digitale. Quello che ci spinge è la passione educativa, non multimediale. Senza paura, entriamo in mondi sempre nuovi, sapendo che sono solo tappe di un viaggio che ha comunque la stessa meta. Siamo 3.0 anche perché crediamo in qualcosa che nessun social può sostituire: la relazione personale.

-RIVALUTI “Nel nome del Padre e del…”

 – Nel nome: sei missionario, cioè mandato a Suo nome, non a nostro nome, prestigio, vantaggio, gloria e stipendio.

 – del Padre: sei alleato con Dio. Il Padre è a capo della creazione e ricorda a noi la creatività educativa che spesso dobbiamo mettere in campo

 – e del Figlio: accetti le croci e l’incomprensione con la certezza della vittoria, con la liberalità e abbondanza del seminatore che non sempre è colui che miete.

 – e dello Spirito Santo: credi che non sei solo.

-NON VIVI DI AMBIGUITA’ MA FAI CRESCERE IN UNA COMUNICAZIONE BELLA E GIOIOSA, CONTRO IL VELENO DELLA CALUNNIA

“Non mi dire!”

Si dice: «Non mi dire…!», ma in realtà si sta chiedendo di dire di più, a costo di inventare o sottintendere. Il pettegolezzo si camuffa nella buona intenzione di tenere sotto controllo ciò che potrebbe capitare, ma si rivela nel circolo vizioso della diceria e della malalingua di cui si nutre.

Chi educa non può vivere di ambiguità, e passa al secondo livello: «Non mi dire!», senza puntini di sospensione da completare. Gesù insegna cos’è la correzione fraterna: «È vero quello che mi dici? Ne sei sicuro? No? E allora non dirlo in giro perché è calunnia! Se invece sei sicuro, vallo prima a dire al singolo interessato! Se non ti ascolta allora verrò con te!».

-USI LA LOGICA DEL DONARSI AGLI ALTRI IN RETE

Tutti ripetiamo «Facciamo rete!» salvo poi di fatto rinviarla a riunioni allargate, spesso inutili e frustranti. Il ragno prima intesse la rete, poi cattura le sue prede. Tessere prima la rete significa passare dalla logica del chiedere agli altri alla logica del donarsi agli altri. Prima di chiedere soldi al Comune per un’iniziativa, ci si offre come aiuto per la festa di piazza. Prima di chiedere ad altri enti di partecipare a nostre iniziative, si partecipa alle loro. Si tratta di aprire oratori, circoli, parrocchie non tanto per far entrare, quanto per iniziare ad uscire nel territorio. «Quando la Chiesa è chiusa, si ammala. La Chiesa deve uscire verso le periferie esistenziali» è la frase famosa di Papa Francesco con cui è facile sciacquarsi la bocca, ma che difficilmente si trasforma in festa di piazza, in cui si sperimenta l’accoglienza, la gioia, l’impegno educativo.

-SAI CREARE UN CLIMA DI FIDUCIA CON LE FAMIGLIE PER LAVORARE INSIEME PER IL BENE DEI RAGAZZI

“Ah! Ma lei è la mamma di Carlo?”

Perché i ragazzi si educano con degli adulti che in modo diverso lavorano al bene dei ragazzi. Le famiglie hanno bisogno di figure adulte che aiutino i ragazzi ad interiorizzare messaggi positivi, come gli educatori hanno bisogno che le famiglie continuino il loro lavoro senza mandare messaggi discordanti. L’abilità sta nel costruire situazioni informali per creare quel clima di simpatia in cui cresce la confidenza, cioè la fiducia reciproca: cinque minuti al cancello, l’incontro per le vie del quartiere ma anche la festa patronale o un pranzo sociale. Tutte occasioni per imparare a vivere l’alleanza educativa tra adulti, autentica risorsa per chi educa oggi.

- SEI LI’ A COSTRUIRE UN AMBIENTE IN CUI OGNI PARTICOLARE FA CAPIRE DOVE SEI

“Scusa ma sai, questa è una comunità educante”

Proprio perché c’è un fuori, c’è anche un dentro, con le sue regole da ricordare, i valori da respirare, i comportamenti da esigere. E tante volte l’educatore è lì, con il sorriso sulla bocca e un po’ di batticuore, di fronte al nuovo arrivato o al gruppetto che sonda fin dove si può arrivare, confondendo la strada che è di tutti e di nessuno con la parrocchia, che è della comunità cristiana in cui i più giovani possono crescere e maturare, che è un luogo sempre e comunque educativo, con una sua identità chiara professata senza tentennamenti o sensi di inferiorità. L’educatore è lì sovente a supplire l’assenza di troppi animatori che fanno qualcosa, arrivano per la riunione, per l’attività, per fare un servizio e subito se ne vanno. L’educatore è lì, soprattutto a costruire un ambiente in cui ogni particolare, i muri, le bacheche e anche i cestini dei rifiuti ti fanno capire dove sei e che tu lì sei importante, unico e speciale.

-SAI ASCOLTARE I RAGAZZI, VEDERE IL PUNTO DI PARTENZA DI OGNUNO PER COSTRUIRE UN CAMMINO PERSONALE

“Dimmi pure, ti ascolto”

Quando a don Bosco chiesero di scrivere e teorizzare ciò che stava facendo, si trovò in difficoltà. Lui non era uno studioso seduto dietro ad una cattedra di studi; Lui era un povero prete che confessava in cortile. E allora, racconta il suo metodo preventivo. «Io non sto immobile ad aspettare, io parto prima, vado incontro, mi metto in ascolto, non mi spavento di nulla, perché ti voglio bene così come sei, perché sei giovane. Questo mi basta». Don Bosco capisce che se il punto d’arrivo è uguale per ogni ragazzo e coincide con la felicità e la santità, il punto di partenza è diverso per ciascuno. Allo stesso modo, un buon educatore è attento al punto di partenza per costruire insieme un cammino. Ascolta i ragazzi e non ha paura del disagio, sia esso sociale, fisico, mentale o morale. Perché ascolta per capire il punto di partenza. E vuole vederlo per costruire il cammino. Chi educa, si avvicina al disagio senza pregiudizi, con molta attenzione e senza paura: attenzione all’altro, al cammino, anche ai rischi certo ma senza che la paura blocchi la passione educativa. E conquista la fiducia.

-SAI MEDIARE

“Il don è un xyz”

Ci si augura che questa sia una frase che l’educatore sente sovente e non dice mai. È normale ascoltare frasi simili, magari in un momento di stanchezza, o di fronte ad un no. Chi educa ascolta sempre, non solo nel momento delle lodi, ma anche della rabbia o della delusione. Ma la professionalità dell’educatore si costruisce nella capacità di mediare, di far capire che non esiste solo il bianco e il nero, ma anche mille altri colori e sfumature, e che se si vedono le colpe all’altro si può giungere anche a riconoscere le proprie responsabilità. E se invece questa frase ci scappasse da educatori? Può capitare. Non sei perfetto e inossidabile, e neanche “il tuo don” Ma come diceva un saggio: «Se sbagli, almeno non distruggere tutto!».

Perciò ecco alcune regole semplici, semplici:

  1. Mai davanti ai ragazzi. Un tuo collega può capire che è un momento, un ragazzo ci vede dietro ben altro.
  2. Tra un xyz… e un altro cerca di prendere fiato e dì all’altro che ti ascolta che si tratta di uno sfogo. Serve per aiutarti a capire quanto c’è di soggettivo e quanto di oggettivo
  3. Quando sei più tranquillo, parla con il tuo don. Fai verità. Almeno nessuno potrà dire che non hai fatto tutto il possibile.
  4. Quando hai chiarito con il tuo don, torna da tutti quelli con cui ti sei sfogato e racconta anche l’epilogo felice. È questo che fa la differenza tra lo sfogo irresponsabile e lo stile di un’equipe educativa.

-SAI TU STESSO LOTTARE PER ESSERE EDUCATO

“Educo perché lotto per essere educato”

Non posso dire: educo, perché sono già educato. Un uomo che dicesse così, meriterebbe di essere di nuovo rispedito a scuola. Non possiamo mai considerarci a posto, ma cresciamo e diveniamo continuamente. Sarebbe più giusto dire “io stesso lotto per essere educato”. Questa lotta mi conferisce credibilità come educatore.

 (dagli Orientamenti pastorali ANSPI 2014-2015)

Incontro formativo parrocchiale 30 novembre 2015

a cura di Luca Orsini e M. Emanuela Panico

 

 

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un individuo consacrato

 al bene dei suoi giovani allievi,
perciò deve essere pronto
ad affrontare ogni disturbo,

ogni fatica per
conseguire il suo fine,

che è la civile,
morale, scientifica
educazione de’ suoi allievi.

Don Bosco